La regolazione e il sostegno dei prezzi agricoli tende a toccare una corda profonda e nostalgica in molte persone, specialmente quelle che traggono beneficio dal sistema esistente.Io vivo in una zona molto rurale, dove i gruppi di sostegno locali sono più propensi a esporre cartelli con su scritto “Questa terra è la nostra terra, governo vattene” che non a lamentare pratiche disapprovate da Greenpeace. Eppure, nonostante tutta la retorica contro “l’interferenza del governo”, gli agricoltori sono notoriamente riluttanti ad abbandonare le sovvenzioni incredibilmente generose, le protezioni, le quote, e tutta la varietà di interferenze governative che distorcono il mercato, quando questo va a loro vantaggio. Al minimo accenno che tali politiche protezionistiche potrebbero essere toccate, i sostenitori presenteranno tenere scene di famiglie rurali attorno al focolare, e grideranno che vale la pena sovvenzionare fino in fondo questa nostalgica utopia.
Un quadro simile emerge quando i promotori del commercio equo e solidale fanno campagne per conto degli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo. Mentre i loro argomenti per il consumo etico sono convincenti e difficilmente criticabili – si può anzi affermare che questo sia il meglio del capitalismo del libero mercato – abbiamo invece bisogno di esaminare se questo tipo di interventi nel mercato migliori o no la vita dei contadini più bisognosi.
Mentre i prodotti del commercio equo e solidale determinano spesso prezzi più alti nei punti vendita, la parte di questo incremento che finisce nelle tasche dei contadini può non essere così alta.
E’ quasi impossibile trovare cifre costanti, perchè le percentuali variano a seconda del rivenditore e dell’organizzazione, ma alcune fonti stimano la parte dell’incremento che finisce ai contadini come variabile dallo 0.5% al 10%. Così, mentre i consumatori possono illudersi che la differenza di prezzo tra prodotti normali e prodotti equi e solidali sia come una sorta di donazione, qualsiasi associazione caritativa che trasferisse ai destinatari della beneficienza un’analoga percentuale del ricavato, sarebbe considerata giustamente dai più come responsabile di truffa.
I premi pagati ai contadini del circuito equo e solidale possono variare dal doppio/triplo del tasso di mercato nei periodi peggiori, a qualche centesimo al chilo al di sopra del prezzo di mercato negli anni migliori. Questo perchè il commercio equo e solidale offre un prezzo stabile – è il suo grande vantaggio – tutelando gli agricoltori dalle devastanti fluttuazioni dei prezzi. Tuttavia, anche se un contadino è certificato “commercio equo e solidale”, non tutto il suo raccolto sarà necessariamente venduto come tale. Infatti, una media suggerisce che circa il 17% del raccolto di una cooperativa “equa e solidale” sia venduta attraverso quel canale speciale, e anche di quel denaro una percentuale non trascurabile andrà a finanziare progetti per la comunità, invece di andare ai contadini.
Aggiungendo complessità, i progetti di commercio equo e solidale possono in realtà discriminare le famiglie più povere. Mentre questi progetti sono concentrati nell’America Centrale, i più poveri coltivatori di caffè, per esempio, sono tendenzialmente situati in Africa. Le tasse di certificazione, che possono costare migliaia di dollari, escludono anche i contadini più poveri e le cooperative. Di conseguenza, i contadini che più hanno bisogno di aiuto sono quelli che hanno minori probabilità di riceverlo. Nel frattempo, un calo nelle richieste per il caffè tradizionale e una maggiore produzione da parte dei contadini che ricevono un premio più alto, possono causare una diminuzione del prezzo offerto agli altri contadini.
Ma le scoperte più paradossali vengono da uno studio tedesco sui coltivatori di caffè del Nicaragua, dal quale risulta che a causa della riduzione dei rendimenti, i contadini che erano in un progetto organico di commercio equo e solidale hanno guadagnato meno degli altri contadini. Sicuramente non è quello che i consumatori si aspettano quando vogliono tranquillizzare la loro coscienza inquieta sborsando denaro extra per un caffè “equo e solidale”.
Il commercio equo e solidale è, a seconda delle interpretazioni, una distorsione del libero mercato o un esempio di persone che usano il libero mercato per raggiungere obiettivi socialmente desiderabili. Ma non si può negare che si tratta di manipolare il mercato per ottenere risultati diversi da quelli che si sarebbero prodotti naturalmente e, come ogni altra manipolazione del mercato, favorisce quelli che si trovano dalla parte giusta del fiume e danneggia quelli che stanno dalla parte sbagliata. La domanda che ci dobbiamo porre è: i benefici superano i costi?
Ma finchè le persone vengono ingannate con risposte facili o con immagini nostalgiche e strappa-cuore sulla condizione delle famiglie contadine lasciate senza sovvenzioni, i fatti avranno un ruolo minore nella discussione del problema.
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Questa è una traduzione dell’articolo originale di Rebekah Hebbert: Is Fair Trade really fair?, 1 luglio 2011, pubblicato da MercatorNet – Family Edge, sotto una licenza Creative Commons.







