Happy Feet e noi

Il pinguino smarrito ci ha ricordato qualcosa di fondamentale sulla nostra vita

(di Zac Alstin) Happy Feet è stato probabilmente il pinguino imperatore più famoso del mondo… fino al 9 settembre. Era un giovane maschio che nuotò per 3’000 chilometri fuori rotta, e approdò su una spiaggia della Nuova Zelanda a fine giugno. Non vi era neve lì, e i pinguini imperatore la mangiano abitualmente per dissetarsi, così Happy Feet sbagliò, e mangiò della sabbia. Ebbe così un blocco al sistema digerente, per cui fu chiamato un gastroenterologo presso lo zoo di Wellington. Centinaia di persone assistettero all’endoscopia con cui il dottore asportò attentamente la sabbia e i legnetti ingeriti. Furono somministrati farmaci per migliorare la motilità viscerale. Furono fatte radiografie per monitorare il recupero. Le relative notizie fecero il giro del mondo.

Dopo qualche settimana di convalescenza in un luogo refrigerato, e di pasti a base di purea di pesce, Happy Feet era pronto per tornare a casa. Con gran cerimonia, lo zoo lo liberò, dopo averlo equipaggiato di un trasmettitore satellitare che permettesse di seguire il suo trionfale ritorno a casa.

Sfortunatamente, il 13 settembre, il segnale all’improvviso è cessato. Potrebbe essersi staccato il trasmettitore, oppure, ecco, potrebbe essere accaduto qualcosa di assai spiacevole. “Nessuno vuole pensare che qualcosa di più grosso di Happy Feet nella catena alimentare possa averne fatto pasto” ha dichiarato un esperto di tracciamenti di animali selvatici. “Ma è così che va il mondo”.

Sebbene le cure prestate siano costate ben 30’000 dollari neozelandesi [circa 18’000 €, NDT], gli ambientalisti hanno giustificato la spesa come una preziosa occasione per aumentare la pubblica consapevolezza sui temi della difesa della natura. Che Happy Feet stia silenziosamente nuotando verso l’Antartide, o che stia subendo la propria silenziosa digestione, siamo confortati dal fatto che sia stato fatto “ritornare al suo ambiente naturale”.

Missione compiuta.

Ma la visione degli ambientalisti non coincide con la più ampia reazione della gente. Gli addetti ai lavori fanno presto a sottolineare l’utilità di spendere così tanti soldi  su un solo animale sfortunato: “La veterinaria dello zoo di Wellington, Lisa Argilla, ha dichiarato che Happy Feet è stato un ambasciatore della sua specie, ed ha aumentato la consapevolezza dei problemi della protezione della natura in tutto il mondo. Per questo è valsa la pena di spendere fino all’ultimo centesimo”.

Dubito che questa visione pragmatica sia stata condivisa da coloro che hanno donato soldi per salvare il pinguino. Questa gente non era mossa dal pensiero di “aumentare la consapevolezza” e di “imparare qualcosa sul mondo della natura”. C’è qualcosa di molto più profondo che suscita la nostra simpatia per la sventura di quest’animale sperduto, in un ambiente ostile, che mangiava sabbia tristemente scambiata per neve, e con l’esofago e lo stomaco bloccati da quella materia indigeribile.

Sarebbe facile lamentarsi cinicamente per la quantità di denaro apparentemente sprecato su quella povera creatura. E’ altrettanto facile considerare tutta la vicenda come una bizzarra dimostrazione del potere della cultura pop: è bastato dare all’animale un nome carino, associato a un cartone animato di successo, e tutto d’un tratto il suo salvataggio è stato al centro dell’attenzione nazionale e internazionale.

La realtà è molto più interessante. Innanzitutto, per una serie di ragioni, la nostra cultura contemporanea considera gli animali come l’incarnazione dell’innocenza. I bambini possono, sì, essere vulnerabili, deboli, e – al massimo – incolpevoli. Ma la qualità morale dei bambini è limitata se paragonata alla nobiltà, umiltà e innocenza – intensamente idealizzate – di un animale. I bambini sono ignoranti… solo per un po’ di tempo, e la loro innocenza è solo inversamente proporzionale al loro grado di conoscenza e intelligenza. Ma un pinguino sarà innocente per sempre, perché i pinguini sono incapaci di colpe, peccati, male volontario, e tutti gli altri veleni che oscurano e corrodono l’esistenza umana. Non possiamo accusare un pinguino delle sue azioni, né possiamo ritenerlo responsabile dei suoi errori.

Sappiamo che i nostri antenati adoravano e veneravano alcuni animali, in parte per le loro facoltà vitali come la forza, la violenza, o la fertilità, e in parte per il significato sovrannaturale attribuito ai loro spiriti. Il rispetto profondo che la nostra cultura nutre per gli animali ha poco a che fare con i loro punti di forza, e molto invece con il loro essere esenti dalle colpe che gravano su tutta la vita e la cultura umana.

Questa sensibilità per l’innocenza degli animali è accentuata dai molti modi con cui gli umani usano, danneggiano, e abusano degli animali, dalla loro uccisione per farne cibo alla distruzione dei loro habitat. Un tempo, la gente considerava gli animali inferiori a causa della loro amoralità. Ora li invidiamo, per la stessa identica ragione.

Nel caso di Happy Feet, poi, c’era qualcos’altro oltre all’innocenza, nella percezione dell’opinione pubblica verso di lui. La disavventura del pinguino imperatore risuona con qualcosa di molto profondo nella nostra psiche: ci sentiamo anche noi profondamente sperduti, in trappola in un ambiente ostile, incapaci di trovare un vero nutrimento, senza poter estinguere la nostra sete. Le religioni di tutto il mondo danno testimonianza di tutto questo, ma non si tratta di un’esperienza “religiosa” in senso stretto. E’ un fatto della natura umana: ci troviamo in qualche modo fuori posto, fuori tempo, destinati a riempirci lo stomaco e la mente con cose che non riescono a soddisfarci.

Il pinguino era in una situazione davvero pietosa, che ci ricordava la nostra personale insoddisfazione nella vita, le nostre ferite, i nostri fallimenti, e la tormentosa vanità dei nostri desideri. Il tragico spettacolo della povera creatura che mangiava la sabbia nel tentativo di spegnere la propria sete ricorda certe antiche favole sacre indiane o cinesi; e non è estraneo neppure alla nostra tradizione religiosa. Happy Feet è solo un esempio del nostro desiderio di salvare animali da destini assurdi. Gli sforzi strenui per salvare balene spiaggiate, o i pazienti tentativi di riabilitare uccelli imbrattati di petrolio, sono altrettanti segni della nostra sensibilità verso le contraddizioni del nostro destino come esseri umani: smarriti, macchiati, e appesantiti da desideri che non soddisfano. Non era soltanto Happy Feet, quello che speravamo di portare al sicuro: salvando lui, volevamo salvare noi stessi.

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Questa è la traduzione dell’articolo di Zac Alstin:  Cold comfort for penguin lovers, pubblicato il 16 settembre 2011 da MercatorNet con una licenza Creative Commons. Zac Alstin lavora presso il Southern Cross Bioethics Institute ad Adelaide, South Australia.

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